Mahashivaratri Puja

(Italia)


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(02/2019 SOTTOTITOLI)

S H R I   M A T A J I   N I R M A L A   D E V I

Mahashivaratri Puja

Chianciano Terme, 16 Febbraio 1991


Oggi ci siamo riuniti qui per adorare Sadashiva, che è riflesso dentro di noi come Shiva, come Spirito. Egli è riflesso nel nostro cuore e, come avete visto, la meta della nostra vita era conseguire lo stato dello Spirito.

L’altro giorno stavo leggendo dei libri su come (un tempo) si arrivava alla Realizzazione del Sé, a conoscere lo Spirito, e come la gente venisse torturata per questo. Per prima cosa veniva richiesto, in un modo o nell’altro, di rinnegare il proprio corpo, di sfidarlo e condannarlo.

Se, ad esempio, il corpo richiede comodità, allora, per prima cosa, si diceva di dormire su un tappeto e non su un letto. Ma non bastava, allora dal tappeto si passava ad una stuoia. Ma non era ancora abbastanza; perciò da lì magari si passava alla Madre Terra, si dormiva sulla Madre Terra. Ma se il corpo non era ancora domato, allora si doveva dormire sulle pietre. Anche così, però, l’Himalaya rimaneva lontano; infatti Shiva risiede sul monte Kailash. Allora si andava sull’Himalaya a dormire sul ghiaccio. Questo era il requisito minimo.

Dopodiché si diceva che, se vi piace mangiare bene, se vi piacciono i pranzi sontuosi, se mangiate molto, bene, per cominciare, rinunciate a tutto ciò che vi piace – gli italiani, ad esempio, non possono mangiare pasta! (risate in sala) – rifiutate queste cose. Ma non basta.

Dopo questo, cominciate a mangiare cibi molto amari, come nel sistema Zen, dove vi danno da mangiare qualcosa che è come chinino elevato alla centoottesima potenza, ossia incredibilmente amaro; oppure qualcosa di incredibilmente dolce, per mettere alla prova il vostro palato.

Nonostante ciò, lo stomaco è ancora lì. Allora, se mangiate troppo, digiunate per un giorno. Ma non è sufficiente. Quindi, digiunate per sette giorni, e poi per quaranta. Insomma, un mese ha trenta giorni; digiunare per quaranta giorni vuol dire essere già finiti!

Ecco quali penitenze si dovevano fare per ottenere il nirvana. Di certo lo ottenete, infatti siete annientati e morti, sapete, non rimane più niente di voi all’infuori delle ossa e, allora, saranno le ossa ad entrare nel nirvana. Alla fine arriva la morte, così siete finiti e c’è il nirvana, senza dubbio (risate).

Poi si diceva di non vivere in una casa, perché la casa è una comodità; di lasciare la moglie, i figli, tutti; di vestirvi solo di uno straccio intorno alla vita e andare in giro a chiedere l’elemosina. Ma anche con questi abiti rimane un problema, perché vi siete attaccati. Perciò andate sull’Himalaya, dove nessuno vi vede, toglietevi i vestiti e restate lì a tremare completamente in quel freddo.

Allora raggiungerete il nirvana. Di sicuro raggiungete il nirvana. Tutte queste condizioni erano imposte per distruggere le esigenze del corpo, tanto per cominciare. Dite al vostro corpo: “No, niente da fare, farai meglio ad adattarti, per raggiungere il nirvana”.

Il secondo passo consisteva nel distruggere la mente che vi conduce ai sensi, alle cose che  procurano gioia.

Supponiamo che desideriate moltissimo possedere qualcosa: ebbene, rinunciateci, rinunciateci. Qualsiasi cosa la mente vi suggerisca, dite “no, no, no”. In sanscrito lo shloka recita così: “Ya neti neti vachane nigamo vacha”. E voi ripetete: “Neti, neti”, ossia “non questo, non questo, non questo, non questo”.

A questo punto eravate autorizzati a discutere – sì, solo discutere – del nirvana. Prima di questo non eravate nemmeno degni di parlare del nirvana.

Quando ho letto questo libro, ho detto: “Ci rinuncio, è troppo!”.

Ma in Sahaja Yoga è il contrario: prima si costruisce il tetto dell’edificio e poi le fondamenta. La prima cosa che si ottiene è l’apertura del Sahastrara; poi, alla luce del Sahastrara, dovete osservare voi stessi e rendervi conto da soli. A poco a poco l’introspezione migliora. Attraverso le vibrazioni si deve capire: “Perché, perché voglio questa cosa? Perché la mia attenzione va alle comodità? Perché la mia attenzione va al cibo? Perché va alla mia famiglia? Perché va ai miei figli, quando ciò che devo ottenere è la cosa più alta?”.

Così iniziate a fare introspezione. Allora vi accorgete, anche grazie alle vibrazioni, che c’è qualcosa che non va in voi. A quel punto non cercate di guardare gli altri, ciò che non va in loro, ma cominciate a guardare voi stessi, perché è la vostra ascesa che dovete conseguire.

Anticamente, però, tutte queste cose venivano fatte individualmente. Per esempio, chi intraprendeva il sentiero del nirvana, si recava in ekant, ossia in luoghi solitari; viveva quindi lontano dalle persone, le evitava, non aveva contatti con nessuno; così otteneva l’ascesa, la realizzazione del Sé, soltanto per se stesso. Non per gli altri. Dopodiché, costui si isolava completamente, non parlava con nessuno, non incontrava nessuno. Stava seduto da qualche parte, in cima ad una montagna inaccessibile, e se qualcuno cercava di avvicinarlo, lui gli scagliava delle pietre o gli diceva cose orribili di ogni genere rifiutando di incontrarlo.

Ma Sahaja Yoga non è così. Sahaja Yoga è l’ascesa del tutto. Questo genere di conquiste individuali non ha portato da nessuna parte. I santi, certo, hanno provato a parlare alla gente, a parlare della realizzazione del Sé, di Dio, della rettitudine, del sistema dei valori; ma anche loro sono stati considerati gente strana e sono stati torturati e perseguitati. Quindi, a livello di ascesa individuale, non potevano fare nulla per gli altri, salvo parlarne, raccontare. Fino all’avvento di Sahaja Yoga.

Prima era proibito persino parlarne. Fino al XII secolo, in India, nessuno ne aveva parlato in pubblico. Era tutto scritto in sanscrito, in difficilissimi testi sanscriti accessibili solo a pochi aspiranti. Veniva spiegato solo a pochissime persone, ad un numero esiguo di persone. Ma la realizzazione non veniva data. Ogni maestro aveva un solo discepolo e tutto era concepito come un’ascesa individuale, un lavoro individuale. Questo discepolo era tenuto lontano dagli altri e istruito in grande segretezza, e gli era permesso solo di cantare, scrivere poesie. Poteva parlarne, poteva dire cos’è la gioia, ma non aveva il diritto di dare la realizzazione a nessuno, né sapeva come farlo.

Vedete, quindi, quale livello avete raggiunto adesso. Avete ricevuto la realizzazione senza aver rinunciato a granché. Potete lavorare su una scala molto più vasta, potete dare la realizzazione agli altri, avete tutta la conoscenza sottile di Sahaja Yoga.

Oggi però, vi parlerò di qualcos’altro che dobbiamo sapere. È molto importante saperlo, perché mi è stato detto che alcuni praticano Sahaja Yoga come se andassero in chiesa, ma non lo fanno con il cuore. E il cuore è la dimora dello Spirito. È lo Shiva dentro di noi. Quindi dobbiamo saperne di più sul cuore, è molto importante.

Voi sapete che abbiamo tre nadi (canali): Ida, Pingala, Sushumna. Ma nel cuore vi sono quattro nadi, una delle quali è collegata al Muladhara chakra. E, se oltrepassate i limiti del Muladhara chakra, (questa nadi) entra nell’inferno. Ecco perché si dice che Shiva è il Distruttore: in effetti siete voi a chiedere la vostra distruzione. E, quando chiedete la vostra distruzione, la ottenete. Come vi ho detto, però, anche se Lui distrugge tutto, è come quando deve nascere un frutto e sembra che i petali del fiore vengano distrutti. Così come io ho distrutto, direi, molte vostre caratteristiche, come per esempio i vostri condizionamenti, il vostro ego, il vostro razzismo, il vostro fanatismo. Tutto questo è stato distrutto in Sahaja Yoga. Deve essere distrutto, affinché emerga la bellezza.

Quando, dunque, oltrepassate oltre un certo limite le vostre maryada, andate verso la distruzione. La distruzione avviene in quattro direzioni, giacché vi sono quattro nadi. Allora che si deve fare? In che modo possiamo fermare questa distruzione che, attraverso la prima nadi, si dirige verso l’inferno?

Una delle qualità di Shiva è l’innocenza. Egli è estremamente innocente, è innocente come un bambino. È l’innocenza personificata.

Perciò dobbiamo dissolvere i nostri desideri carnali, dissolverli nell’innocenza, nell’oceano di innocenza. Dovete dissolverli nell’oceano dell’innocenza. L’innocenza è qualcosa da apprezzare, da capire, qualcosa di cui gioire. Per esempio, guardate gli animali: sono innocenti. Guardate i bambini: anche loro sono innocenti; i fiori: sono innocenti. Spostate la vostra attenzione verso tutte queste cose. Camminando per strada, le cose migliori da vedere sono tutte a un metro d’altezza. Sapete, tutti i fiori, tutta la bellissima erba e i bambini fino ad un metro di altezza sono le cose migliori.

Non occorre vedere le persone superiori a quell’altezza. Basta un metro. Magari vedrete le gambe di qualcuno, va bene; ma almeno non vedrete gli occhi di persone che non sono innocenti.

Dissolvete dunque questo desiderio nell’innocenza. E un Muladhara innocente non è morto, finito; ma è innocente, è retto, ha le qualità di Shri Ganesha. È puro. Così, anche se siete in questo mondo, anche se vivete da esseri umani, anche se avete figli, siete innocenti.

Come la storia delle mogli di Shri Krishna. Tanto per cominciare Egli ebbe sedicimila mogli, poi altre cinque. Le sedicimila erano i Suoi poteri e le cinque erano gli elementi. Ed esse volevano andare a pregare un grande e noto santo che era arrivato, un maharishi. Volevano dunque andare a trovarlo e rendergli omaggio. Così chiesero il permesso a Shri Krishna. Ma quando arrivarono al fiume, scoprirono che era in piena, che era tanto gonfio da non poterlo attraversare. Tornarono indietro e chiesero (a Shri Krishna): “Come faremo ad attraversare il fiume? È in piena”.

Shri Krishna rispose: “Bene, tornate là e dite al fiume: “Se Shri Krishna è Yogeshwara, se è completamente innocente riguardo al sesso, abbassati”. E quelle: “Ma come può essere, noi siamo tante mogli, di che cosa sta parlando?”.

Tornarono al fiume e gli riferirono queste parole; e il fiume si abbassò. Erano sorprese delle parole del loro sposo. Attraversarono il fiume e resero omaggio al rishi. Al ritorno però il fiume era nuovamente in piena. Allora tornarono dal rishi e gli chiesero: “Ora come faremo ad attraversare il fiume in piena?”

Egli domandò: “Come avete fatto ad arrivare?” E loro gli raccontarono l’episodio di Shri Krishna. Ora, esse avevano portato a questo rishi cibo e frutta e lui aveva mangiato parecchio, eppure disse: “Bene, andate a dire a questo fiume che questo rishi non ha mangiato assolutamente nulla”.

E loro: “Ma come può essere? Proprio ora hai mangiato davanti a noi!”. E lui: “Andate e state a vedere”. Così tornarono al fiume, gli dissero questo e di nuovo il fiume si abbassò.

Quindi, pur vivendo in questo mondo, pur essendo una moglie o un marito, pur essendo sposati e via dicendo, si può essere innocenti. Assolutamente innocenti. Questo è il segno della vostra purezza.

La seconda nadi, il secondo canale che può portarvi alla distruzione, è il desiderio. Ecco perché Buddha ha detto che l’assenza di desideri è l’unico modo per non invecchiare, per non ammalarsi e non preoccuparsi.

Questo desiderio che ci spinge a dire: “Voglio questo”, in Occidente è molto più sviluppato che altrove, perché vi sono imprenditori che creano ogni giorno cose nuove. Come ad esempio i parrucchieri, così le donne vogliono comprarsi questa o quella parrucca: “La desidero, devo avere questa parrucca da mettermi in testa”. Un’altra dirà: “Bene, io devo avere questa”.

Per gli uomini il desiderio è: “Se quel tale ha una Rolls Royce, perché non dovrei averne una anch’io?”. Non sono capaci di gioire della Rolls Royce di qualcun altro, deve essere vostra, dovete averne il possesso.

I desideri possono essere di ogni genere, non solo materiali. Possono essere anche mentali: “Devo avere questa donna, devo avere questo bambino”. Brame di possesso di ogni genere, che agiscono in voi sotto forma di desideri. Non direi però che sia a causa di un attaccamento. Non è attaccamento, ma è per avere di più. Si continua ad accumulare, ad acquistare cose; nonostante ciò non ci si sente felici né soddisfatti. La ragione è che non si tratta di un desiderio puro, ma impuro. È un desiderio impuro, e quando un desiderio così comincia ad agire, si può arrivare a qualsiasi eccesso, come Saddam Hussein, come Hitler. Non è altro che un desiderio assolutamente oltre ogni limite. E un altro desiderio ancora è quello di voler dominare gli altri.

Tutti questi desideri finiscono col portarvi alla distruzione. Infatti non c’è gioia, non c’è felicità. Per esempio, ora desidero un sari, voglio comprare un sari. Tutta la mia attenzione andrà a come procurarmi questo sari: “Devo avere questo sari, devo avere questo, quello”. L’attenzione diventa inquinata, disturbata, per un’assurdità come un sari. L’attenzione che deve gioire, che deve gioire dello Spirito, che deve nutrire lo Spirito, diventa disturbata a causa dei desideri.

In primo luogo l’attenzione è disturbata perché non siamo innocenti. In secondo luogo entra in agitazione a causa dei nostri desideri.

Quindi, che cosa dovremmo fare riguardo ai desideri?

Desiderare cose belle. Possiamo orientare i nostri desideri, i desideri materiali, sull’estetica e avere magari solo una cosa, ma che sia veramente ricca dal punto di vista estetico. Questa infatti è la qualità di Shiva: dare bellezza ad ogni cosa. Questo (microfono, ndt), ad esempio, ha un aspetto molto disadorno, semplice, meccanico, diciamo. Ma se fosse stato opera di Shiva, Egli lo avrebbe abbellito in qualche modo. La caratteristica di Shiva è di abbellire ogni cosa creata da Brahmadeva e fatta evolvere da Vishnu. È Lui che esegue il lavoro sottile di creare la bellezza.

Tante volte avete visto nelle mie fotografie molte luci ed altro: è opera Sua. È Lui che lo fa. Proietta le luci in quel modo, agisce in quel modo. Vuole proprio convincervi riguardo a me. È il Suo lavoro. Il Suo lavoro è quello di creare bellezza, bellezza nel comportamento, bellezza nella poesia. Ogni cosa creata è resa bella, è fonte di gioia grazie a Shiva. È la Sua caratteristica.

Così, qualsiasi cosa desideriate, se cominciate a rivolgere i vostri desideri verso qualcosa di esteticamente bello e fatto a mano, gradualmente vi accorgerete di ricevere vibrazioni, perché tutte le cose belle hanno vibrazioni. E per avere le vibrazioni dovrete orientarvi verso il puro desiderio.

E allora quel desiderio che è una follia, che vi rende pazzi, che è così ottuso e noioso, diventa un desiderio puro. Infatti dovete dissolvere tutti i vostri desideri nelle vibrazioni. Dopo qualche tempo non desidererete altro che vibrazioni. Non comprerete più nulla che non abbia vibrazioni, non parlerete con chi non abbia vibrazioni. Se qualcuno non ha vibrazioni scapperete.

Ho visto alcuni di voi allontanarsi correndo da certe persone come se avessero delle scimmie alle calcagna. Quando mi sono guardata intorno, ho visto che c’erano degli ubriachi, o che stava arrivando qualcuno del genere. Un tempo, forse, sono stati anche loro degli ubriaconi, ma adesso scappano dicendo: “No, no, no, no. Ora basta, mai più!”.

All’inizio (di Sahaja Yoga) c’erano tre o quattro hippy che vennero con me in India. Ora sono normali come voi; sono diventati sahaja yogi. E ad un mio programma, a Rahuri, mi sembra, vennero altri quattro o cinque hippy; e costoro (gli ex hippy sopracitati, ndt) si spaventarono da morire: “Oh Dio, no!” Io chiesi: “Che vi succede, perché siete così spaventati?” Mi girai a guardare quegli hippy, ma, il tempo di girarmi, e loro erano scappati, non c’erano più.

Ciò che avviene è che ogni desiderio finisce in Chaitanya, nelle vibrazioni. E se non accade, dovete rendervi conto che manca ancora qualcosa. Ma se non lo fate, andrete verso la distruzione.

Dire che Shiva è un distruttore è un’affermazione molto parziale. Lui ha entrambi i poteri. Ha il potere di darvi le vibrazioni. Egli vi dà le vibrazioni.

La Dea è il Potere, la Shakti, ma Lui crea le vibrazioni. Queste, ad esempio, sono le dita, d’accordo, ma se vi fanno il solletico allora è Shiva. Le dita sono quelle della Dea, certo, ma se sentite il solletico, se vi danno gioia, felicità, allora è Shiva, è la bhakti (devozione). La gioia della bhakti proviene da Shiva.

Proprio oggi raccontavo di come una signora, che era una bhakta (devota) della Devi, aveva fatto tanti studi sulla bhakti e ne sapeva molto, si fosse proprio dissolta in me. Io non riuscivo proprio a capire come avesse fatto, perché di solito le persone non fanno così. Quando leggono a proposito della Devi pensano: “Bene, questa è la Devi e questa è Mataji”. Come due cose separate. Non si rendono conto che leggono della Devi.

Lei mi disse: “Madre, io Ti ho semplicemente riconosciuto. È tutto scritto quanto Tu sia gentile, quanto la Devi sia gentile, per come mi sfiora, per come si prende cura di me, per come la Sua attenzione è su di me”. C’è una frase che dice: “Kataksha kataksha nirikshana”: ogni sguardo è un’ispezione. “Ispezione” però non è un termine molto adatto; nirikshana significa profonda analisi, profonda osservazione da parte del Divino. (Questa donna diceva): “Io sento sempre che Tu ci sei, Tu, Tu sei presente in ogni momento. Quando ascolto della musica penso: è Lei che mi guarda, mi sente, mi nutre. Sento continuamente il Tuo amore”.

È così che subentra la bhakti. Se avete vibrazioni, non significa che siano qualcosa di arido, capite? No, esse sono la gioia della bhakti. La bhakti potete definirla come adorazione o in altri modi, ma è l’Oceano di amore che è Dio. E voi vi immergete proprio in esso. Non ci sono parole per descriverlo.

E quando sentite questo, dovete sapere che avete fatto ricorso allo Spirito come un vero e proprio elemento di connessione tra voi e vostra Madre o vostro Padre. Non c’è differenza. Siete un tutt’uno con quell’Oceano, siete immersi nell’Oceano, siete la goccia e siete l’Oceano. Siete Uno in quella bhakti, e quella bhakti non può essere qualcosa di meccanico, perché non è creata dall’uomo.

Quindi, per gioire di Sahaja Yoga, dovete sapere che non è fatto solo di aride vibrazioni, ma di bhakti. Essa è la qualità della gioia di Shiva, la qualità della gioia che Egli aggiunge alla nostra vita.

Tutto sembra esserne circondato e riecheggiare la stessa cosa, la gioia, poiché: “Sono tanto amato da Dio, Dio mi ama, la mia vita ha un senso”. A questo punto si dissolve prima di tutto l’ego, e poi si dissolvono anche i condizionamenti.

Passiamo ora alla terza nadi: la terza nadi è quella attraverso la quale ci sentiamo attaccati, attaccati a qualcuno: “Questo è mio figlio, questo è mio marito, questa è la mia famiglia, questa è mia moglie, questo è mio padre, questa è mia madre”. All’inizio di Sahaja Yoga, quando le persone sono solo dei principianti, mi parlano di tutta la famiglia: “Mio padre è così, mia madre è malata, il fratello della sorella di mia madre è così. Questo va bene, quell’altro non va bene”. Come se avessimo stipulato tutti un contratto. Che cosa dovrei fare io?

Oggi, ad esempio, qualcuno mi ha parlato di una coppia che aveva perso il primo figlio perché il bambino dormiva in un’altra stanza. Io ho detto: “I bambini piccoli dovrebbero dormire con la madre e la madre deve prendersi cura di loro”. È semplice. In India nessuna madre accetterebbe una cosa simile, piuttosto allontanerebbe il marito dicendo: “Che c’è? Io devo badare al bambino”.

Per questo io ho sempre raccomandato alle madri di dormire con i bambini. Ma loro non ci credono. Che ci possiamo fare, allora? Ci hanno forse vincolato con un contratto a prenderci cura dei loro figli, anche quando loro non vogliono darci ascolto?

All’inizio c’è sempre questa idea: “Madre, pratico Sahaja Yoga da un mese, ma finora la mia situazione economica non è migliorata”. (risate in sala). Come se volessero denunciarmi per questo, come se li avessi traditi. Ma non vogliono rendersi conto di essere appena arrivati in Sahaja Yoga, oppure, anche se frequentano Sahaja Yoga da molti anni, di non essere diventati sahaja yogi. Manca qualcosa, non lo meritate. C’è qualcosa che non va in voi, non in Sahaja Yoga. Ma costoro credono che Sahaja Yoga sia qualcosa di simile ad un contratto. Mi informeranno immediatamente: “Laggiù c’è qualcuno ammalato, un parente alla lontana di qualcuno; mandi cinque sahaja yogi”. Perché?

Questi attaccamenti cominciano ad agire dentro di noi. Ho visto che ci sono alcune persone molto attaccate ai figli e continuano a viziarli: “Mio figlio di qua, mio figlio di là”. Poi improvvisamente scoprono che il figlio è diventato un piccolo demone, comincia a rispondere male, a dire cose di ogni genere, a picchiare i genitori, a comportarsi male. E allora, all’improvviso, scoprono che: “Quello è il bambino di cui ho avuto tanta cura, che ho amato tanto”. Poi si sentono anche peggio, pensando: “Ho fatto tanto per mia moglie e lei mi tratta così”, oppure: “Ho fatto tanto per mio marito e lui mi tratta così”. Ma perché fate così tanto? Non ce n’è bisogno! E se lo fate, fatelo e poi dimenticatevene. Io non penso mai così.

So di sahaja yogi per i quali ho lavorato molto duramente e che poi sono andati giù. L’unica cosa che penso, se qualcosa penso, è: “Dio solo sa dove finiranno, in quale parte dell’inferno saranno, che accadrà loro?”.

Questa è l’unica preoccupazione. Non la preoccupazione per ciò che è accaduto, perché a me non può accadere nulla. Ma se loro hanno peccato, mi preoccupo per il loro futuro, per la loro vita. È diverso.

Questo tipo di attaccamento in sanscrito si chiama mamatva: “Questo è mio, questo è mio figlio, mio questo, mio quello”.

Chi sono i vostri parenti? Sono i sahaja yogi, ricordatelo. È una frase che dovete ricordare: “I miei parenti sono soltanto i sahaja yogi, e chiunque agisca contro i sahaja yogi, chiunque crei problemi ai sahaja yogi, sia pure mia moglie o mio figlio, non è mio (parente)”.

Io infatti non permetterò che accadano queste cose. Queste relazioni vanno bene fintantoché i sahaja yogi sono uniti tra loro. Ma non appena qualcuno cerca di danneggiare un altro sahaja yogi, io non sarò con quella persona.

Ho visto che ci sono molti così, sahaja yogi veramente bravi che non prenderanno mai le difese della moglie o dei figli (che danneggino i sahaja yogi, ndt), perché sanno che stare dalla loro parte vuol dire farne dei peccatori, distruggerli.

Si preoccupano della loro ascesa e così non permetteranno mai, mai a nessuno, a nessun parente, di creare problemi ad altri (sahaja yogi).

Ho visto dei bambini estremamente maleducati, fastidiosi, violenti, i cui genitori dicono soltanto: “Madre, correggili, li affidiamo a Te, devono essere corretti”. Ma altri diranno: “Oh no, no, no, no, mio figlio non può fare cose simili”.

Occorre capire, dunque, il ruolo della discriminazione in questo: “Perché ho attaccamenti?”. Vi ho fatto molte volte la similitudine della linfa dell’albero che sale, raggiunge le varie parti, le varie zone dell’albero, si prende cura della corteccia, dei rami, delle foglie, dei frutti; poi torna indietro, oppure evapora, ma non rimane attaccata. Se rimanesse attaccata ad una sola parte, l’intero albero morirebbe, e morirebbe anche quella parte così vicina alla linfa. Ma la linfa ha molto più buon senso di noi.

Tutti questi problemi di mariti, mogli, eccetera, che per certa gente sono tanto importanti…. A volte penso: “Mio Dio, ma che roba è?”. Ecco perché (anticamente) si diceva di prendere il sannyasa (diventare asceti, ndt): così nessuno poteva parlare di mogli, figli o altro. Si doveva essere sannyasi, prima di tutto si doveva essere sannyasi. Così non c’era nessun grattacapo per il guru. Appena qualcuno si metteva a parlare di qualche parente, il guru diceva: “Bene, vattene. Niente da fare. Non sei adatto”.

Ma Sahaja Yoga deve fare un lavoro molto più profondo. Deve penetrare nella società, nella vita politica, nella vita economica. Voi dovete emancipare il mondo intero, cercate di capire la vostra responsabilità. Non siete qui soltanto per una crescita di tipo ascetico, no. Quanta saggezza, quanto amore e quanta discriminazione dovete avere, per comprendere che siete stati scelti per l’emancipazione del mondo intero!

Ora, la soluzione a questo pseudo-amore limitato che vi porta alla distruzione, è l’amore illimitato. Poiché Shiva non è altro che amore. Egli è amore. Amore che corregge, che nutre, che vuole il vostro bene. Shiva è questo: vuole il vostro bene. Si preoccupa del vostro bene. Quando vi curate del bene degli altri, con amore, tutta la vita si trasforma, l’intero stile di vita cambia. E voi ne gioite veramente, perché diventate un tutt’uno con tanti altri. Vi preoccupate di tante famiglie, di tante cose, di tanti problemi degli altri, e sentite di essere una cosa sola con tanti altri.

Oggi qui siamo molti sahaja yogi. Ma la prima volta che venni in Italia – devo raccontarvelo – venni con Christine… no, come si chiama la moglie di Gregoire? Catherine. Lei era l’unica che conosceva l’italiano e avevamo chiesto ad un certo giornale di riservare per noi uno spazio e di pubblicizzare l’evento. Ma non fu fatto niente. Così quando arrivammo non trovammo nessuno. Allora andai insieme a lei ad attaccare i manifesti. Ma anche così non venne nessuno. E oggi siamo così tanti. Ma dobbiamo renderci conto che siamo legati l’uno all’altro dall’amore, da un amore che è per il nostro bene, per la nostra ascesa. Allora cominciate a gioire di tutti e non pensate più alla vostra razza, alla nazionalità, a ciò che siete, a niente: siete sahaja yogi, punto e basta. Così diventate esseri universali. Questa è l’attitudine da conseguire.

Quando vengo a sapere di alcune ragazze indiane (che vivono in Occidente) che sono trattate male, o di persone di colore che vengono tormentate, o di certi indiani che maltrattano qualcuno perché appartiene ad una casta inferiore, penso: “Come possono comportarsi così?”. Non è possibile, perché siete tutti parte integrante di un unico corpo, tutti fratelli e sorelle nati dalla stessa Madre.

Ma questo è possibile soltanto quando dissolvete le vostre relazioni limitate in questo grande, illimitato oceano d’amore. Soltanto allora è possibile. E se questo amore non c’è, non cercate di giustificarvi. Osservate voi stessi. Esaminatevi per capire se amate veramente tutti.

Sapete, ogni volta che vado a fare spese, penso: “Questo andrebbe bene per questa persona, quest’altro sarebbe adatto a quest’altra persona”. Ma per quanto mi riguarda, se mi chiedete, mi è impossibile comprare qualcosa per me stessa. È una situazione impossibile. A meno che non si tratti di qualcosa di assolutamente urgente o perché diversamente avrei dei problemi. Non compro neanche da bere per me, anche se ho sete. Infatti, tutto è in funzione della gioia degli altri: “Questo sarà carino per quella persona, quest’altro andrà bene per quell’altra”.

Tutto questo dà la più grande gioia. Voglio dire, a che serve tutto questo? Riflettete su voi stessi (e chiedetevi): “Dopotutto, perché sono qui? Sono qui per gioire di ognuno, di tutti. Sono tutte anime realizzate, bellissimi fiori di loto. Non ho intenzione di restare invischiato nel fango. Adesso sono un fiore di loto”. Questo è il modo per aprire il cuore, il loto del vostro cuore. E la fragranza di una persona così è meravigliosa, bellissima.

Non c’è più alcuna divisione, non volete più separarvi gli uni dagli altri. Ovunque si decida di fare qualcosa, siete d’accordo; non pensate che si sarebbe dovuto fare qui, là o da un’altra parte, ma ovunque si possa stare tutti insieme.

I piccoli attaccamenti che avete, devono dissolversi in questo oceano di amore che è Shiva.

La quarta nadi è la più importante. Tutti noi dobbiamo sapere che, nel cuore, c’è una nadi che passa per il Vishuddhi sinistro. Parte dal cuore, sale, attraversa l’Agnya. Ha quattro petali e si apre. È questa che vi fa raggiungere lo stato chiamato turya.

Noi (normalmente) viviamo in tre stati. Nello stato di veglia, jagruti, la nostra attenzione vaga qua e là, e così la roviniamo. Il secondo è quello che chiamiamo lo stato di sonno; anche quando dormiamo, tutte le cose accadute ci ritornano dal passato. Poi però entriamo in un sonno più profondo, detto sushupti. È uno stato di sonno profondo in cui si sogna anche qualcosa di reale. Potreste sognare me.

È come la parte eterica del subconscio, nella quale sono trasmesse bellissime informazioni.

Supponiamo che io venga in Italia: gli italiani potrebbero sapere nel loro sushupti che io sono arrivata. O forse potrebbero saperlo tutti, dipende.

Il quarto stato si chiama turya. Vi sono altri due stati. Voi siete nello stato di turya, il quarto; turya significa quarto. Il quarto stato è quello in cui siete in consapevolezza senza pensieri.

Quando non ci sono pensieri – rifletteteci – quando non ci sono pensieri, dovete per forza essere innocenti. Quando non ci sono pensieri, dovete avere le vibrazioni. Quando non ci sono pensieri, non potete essere attaccati a nessuno. Ora dunque siete entrati nello stato senza pensieri, turya sthiti. E quando siete in questo stato, questi quattro petali che sono in voi, devono aprirsi nel cervello. Essi passano dal cuore al cervello ed allora comprendete in modo assoluto cosa è Dio. Conoscete in modo assoluto cosa è Dio. Quello è il momento in cui si riceve la vera conoscenza.

Ma finché questi quattro petali non si aprono, si possono avere delle ricadute. Ed ecco perché ci sono sahaja yogi che indulgono ancora in cose che non dovrebbero fare e vanno giù. E non capiscono cos’è Dio. Ma non si tratta di capire… cercate, in qualche modo, di capire solo questa piccola cosa: è qualcosa che viene dal cuore e va al cervello, non dal cervello al cuore. Avviene come se l’ambrosia della vostra bhakti inondasse completamente il cervello.

Shankaracharya, ad esempio, scrisse un bellissimo trattato intitolato Viveka Chudamani, dove descrive cos’è Dio e tante altre cose. Viveka significa coscienza, e lui ha parlato abbondantemente di tutto questo.

C’era però un individuo orribile, chiamato Sarma, che si mise a confutarlo finché Shankaracharya non ne poté più, e disse: “È inutile parlarne a questa gente”. Così scrisse Saundarya Lahari. Saundarya Lahari non è altro che un insieme di mantra in lode della Madre.

Egli disse: “Perché? Io conosco la Madre, quindi lasciate che la lodi. Non c’è niente da fare, a che serve parlarne a questa gente? È stupida, come farà a capire?”. Si rese conto che quelle persone non possedevano la capacità e la sensibilità per comprendere ciò che lui sapeva.

La vera conoscenza è sapere chi è Dio. E se è Dio, come si può dubitare, come si può cercare di analizzare qualcosa?

È Dio, è Dio Onnipotente che sa tutto, che fa tutto, che gioisce di tutto. È questa la gyana, la conoscenza, la vera conoscenza, la pura conoscenza. Non è la conoscenza dei chakra, non è la conoscenza delle vibrazioni, non è la conoscenza della Kundalini; ma è la conoscenza di Dio Onnipotente.

E la Conoscenza di Dio Onnipotente non è mentale. Ve lo ripeto: parte dal cuore e va al cervello. È qualcosa che viene dalla vostra esperienza di gioia e ricopre il cervello. Così il vostro cervello non può più negare.

Prendete come esempio vostra madre, la vostra “piccola” madre (nel senso di terrena, ndt). Voi conoscete l’amore di vostra madre, ma non potete spiegarlo, vi arriva dal cuore e dite: “No, lei è mia madre, non farebbe così, conosco mia madre molto bene”. È la conoscenza di vostra madre, di colei che vi ha fatto nascere e che magari non è neppure molto buona. Ma la conoscenza di Dio, del fatto che Egli è amore, che è verità, che è onnisciente, diventa parte integrante del vostro essere. Assolutamente. E quello è il momento che chiamiamo nirvana.

Quindi adesso è importante, specialmente per gli occidentali, aprire il cuore, perché ciò parte dal cuore, non dal cervello.

Non giudicate le altre persone, con le vibrazioni: giudicate voi stessi, continuamente.

Vi avevo detto che Shiva Puja significa più spiegazioni, più comprensione. In altri Puja diciamo tutti i mantra e tutto il resto, ma in questo Puja si deve ottenere la conoscenza, che è Dio. E sapere che conoscete Dio Stesso, è una cosa davvero grandiosa. In ogni caso: “Lei può essere Mahamaya, può essere qualunque cosa, ma io la conosco”.

Non si può descrivere in un libro o in cento libri; non si può descrivere a parole; ma si tratta di conoscere Dio, di sapere che dopotutto è Dio, Dio Onnipotente. E questo vi dà la bellissima resa che vi fa sentire assolutamente al sicuro, in quell’oceano di amore.

Auguro a tutti voi di raggiungere questo stato.

Che Dio vi benedica.

 Il Puja è piuttosto breve, non molto lungo. Prima faremo il puja di Ganesha, Egli deve essere adorato in ogni caso. Poi un breve Puja alla Devi. E infine soltanto i 108 nomi di Shiva.